Negoziati diretti israelo-palestinesi a Washington
settembre 2010
![]() | Dove sbuca negoziato?
di Giorgio Bernardelli, 6 settembre 2010 (terrasanta.net) |
Il dialogo continua
(Radio Vaticana, 3 settembre 2010)
L'attenzione della comunità internazionale è puntata in questi giorni sui colloqui diretti israelo-palestinesi, iniziati ieri a Washington. Nel loro primo incontro, il premier Netanyahu ed il presidente Abu Mazen hanno espresso la volontà di continuare il dialogo per risolvere definitivamente la crisi mediorientale. Prossimo appuntamento, il 14 settembre in Egitto, a cui seguiranno incontri con cadenza quindicinale. Tra gli ostacoli da superare la questione degli insediamenti israeliani nei Territori e l'ostilità al dialogo, manifestata attraverso attacchi e attentati, degli estremisti di Hamas, che ieri hanno costituito con altri gruppi un cartello per combattere strenuamente qualsiasi negoziato con lo Stato israeliano. Per un commento sulla prima tappa del percorso negoziale, Giancarlo La Vella ha raccolto il commento di Janiki Cingoli, direttore del Cipmo, Centro Italiano per la pace in Medio Oriente:
R. - Io credo che prevalga una profonda incertezza, perché di certo il clima è positivo, ma tuttavia c'è sui colloqui l'incombere della data del 26 settembre, quando scadrà cioè la moratoria sugli insediamenti israeliani nei Territori. Già i palestinesi avevano giudicato la misura del tutto insufficiente e adesso chiedono che sia comunque prorogata. Il presidente palestinese Abu Mazen ha minacciato di lasciare il negoziato se gli insediamenti dovessero riprendere.
D. - Quale potrebbe essere una soluzione condivisa sugli insediamenti israeliani?
R. - Potrebbe essere quella che è stata praticata su Gerusalemme e cioè che la moratoria non venga rinnovata, ma tacitamente si blocchi il rilascio di nuovi permessi a costruire. Non so se questo sarà, però, possibile, perché la pressione della destra israeliana anche all'interno del Likud è molto forte.
D. - Da parte dell'estremismo palestinese - Hamas in testa - c'è una contrarietà dichiarata ai negoziati con Israele. Quanto influirà questo atteggiamento sul buon andamento dei colloqui?
R. - Hamas parla con gli attentati, perché vuole mettere in difficoltà evidente Abu Mazen e la repressione operata dall'Autorità Nazionale Palestinese non è stata sinora in grado di soffocarne le capacità operative. Il problema ora è se questo negoziato intende in prospettiva essere inclusivo e quindi coinvolgere in prospettiva almeno la stessa Hamas. E' chiaro che chi si sente escluso crea guasti.
Anche la comunità cristiana di Terra Santa guarda con interesse a questa nuova fase della crisi mediorientale, al centro della quale rimane la questione dello status di Gerusalemme, Città Santa per ebrei, cristiani e musulmani.
Giancarlo La Vella ha intervistato padre Pierbattista Pizzaballa, custode francescano di Terra Santa:
R. - Si viene da un periodo piuttosto lungo di sospetti, di paure e di tensioni non indifferenti. Era inevitabile che all'inizio ci fossero, quindi, slanci di ottimismo e di speranza, ma anche momenti di stallo. Siamo soltanto all'inizio e bisogna vedere come sarà il proseguimento dei colloqui. Certo gli ostacoli non mancano e ce ne saranno tanti ancora. L'auspicio è che, nonostante le difficoltà, ci sia la reale volontà da ambedue le parti di superare le difficoltà e di arrivare ad un compromesso.
D. - Uno dei temi di cui si sta parlando poco, ma sempre fondamentale, è quello dello status di Gerusalemme. Quale soluzione è auspicabile?
R. - Questa è la questione delle questioni. La soluzione auspicabile è che, senza alcuna divisione fisica della città, ambedue le parti possano avere Gerusalemme come punto di riferimento e che la città abbia un suo status particolare. Da parte nostra è importante sottolineare che il carattere anche cristiano della città sia preservato. Fra le trattative si parla sempre di ebrei e musulmani e, a volte, si mette un po' in disparte il fatto che la Città Santa è anche cristiana.
D. - Ha senso risolvere la crisi mediorientale non ascoltando tutte le realtà che vivono nella regione, tra le quali proprio quella cristiana?
R. - No, bisogna ascoltare assolutamente tutti. Non bisogna lasciarsi fagocitare da nessuno, naturalmente, ma bisogna ascoltare le sensibilità di tutti. Le soluzioni che non tendono conto della complessità di questa città non avranno sicuramente effetto!
La ripresa dei negoziati di Washington per il Medio Oriente suscita nel mondo nuove aspettative: ascoltiamo in proposito il nostro direttore, padre Federico Lombardi, nel suo editoriale per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano:
Proprio mentre si avviavano a Washington i colloqui diretti fra israeliani e palestinesi, sotto gli auspici dell'Amministrazione americana, a Castelgandolfo il Papa riceveva il Presidente di Israele, Shimon Peres, manifestandogli l'intensa speranza, sua e di tutta la Chiesa, per il successo delle trattative in vista "di una pace stabile in Terra Santa e in tutta la Regione", sulla base di "un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli".
Nessuno si può nascondere la difficoltà dell'impresa, dopo tanti tentativi falliti e in un contesto in cui molti agiscono - non solo con le parole, ma anche con la violenza - per fare fallire anche questo. Ma la via del dialogo rimane l'unica per costruire con lungimiranza un futuro di pace nella giustizia, che è in realtà quello a cui tutti aspirano anche se le sofferenze o l'odio ne hanno oscurato la vista. E' la via che la Chiesa ha sempre indicato con costanza e pazienza, e che anche Papa Benedetto ha annunciato nel suo indimenticabile viaggio dello scorso anno, confermato con coraggio anche dopo la terribile crisi di Gaza. A questo paziente coraggio rende straordinaria testimonianza la bellissima dedica che il Presidente Peres ha composto personalmente per il dono offerto al Papa, una menorah di argento, simbolo di Israele: "A Sua Santità Papa Benedetto XVI, il Pastore che si impegna per condurci ai campi delle benedizioni e ai campi della pace. Con grande stima". All'impegno dei politici si accompagna dunque l'impegno delle grandi autorità morali e religiose. Verrà finalmente la pace? Tutti dobbiamo impegnarci in questa direzione.
◊ Dopo 20 mesi di stallo, alle ore 16 italiane di oggi riprendono ufficialmente a Washington i negoziati di pace israelo-palestinesi. Fra meno di due ore, dunque, le delegazioni guidate dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, si riuniranno di fronte al segretario di Stato, Hillary Clinton. Ieri sera, intanto, in occasione di una cena di lavoro con le delegazioni, il presidente statunitense, Barack Obama, si è detto fiducioso che i negoziati potranno portare la pace in Medio Oriente entro un anno. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Due Stati l'uno accanto all'altro, in pace e in sicurezza: la speranza di raggiungere l'obiettivo della pace in Medio Oriente riparte da Washington, nonostante dalla Cisgiordania giungano notizie di nuovi atti di violenza. Dopo l'uccisione di quattro coloni vicino Hebron, martedì scorso, ieri Hamas ha rivendicato un agguato in cui sono rimaste ferite due persone. Attacchi deplorati da Obama, Abu Mazen e Netanyahu uniti nell'affermare che gli estremisti non riusciranno a sabotare il processo di pace. Il presidente americano ha espresso l'auspicio che i negoziati possano concludersi positivamente entro un anno:
"The goal is a settlement, negotiated between the parties..."
"L'obiettivo - ha detto Obama - è un accordo negoziato tra le parti che metta fine all'occupazione del 1967 e dia vita ad uno Stato palestinese democratico e indipendente che viva accanto allo Stato israeliano e ai suoi vicini, in pace e sicurezza". Dal canto suo, il presidente palestinese Abu Mazen ha chiesto "la fine dello spargimento di sangue nella regione" ed ha esortato Israele a mantenere il congelamento degli insediamenti nei Territori Occupati. Netanyahu ha invece tenuto a sottolineare l'intenzione di porre fine al conflitto una volta per tutte. Ed ha quindi definito Abu Mazen un "partner per la pace". Alla cena erano presenti anche l'inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Blair, il presidente egiziano, Mubarak, e il re di Giordania Abdallah II:
"Time is not on our side..."
"Il tempo - ha constatato il sovrano hashemita - non è dalla nostra parte. Per questo non dobbiamo disperdere le energie nell'affrontare le questioni più delicate". L'avvio dei negoziati diretti viene salutata oggi con un certo scetticismo da parte sia della stampa araba che da quella israeliana: pesano soprattutto l'ombra del terrorismo e la questione degli insediamenti. Intanto, stamani, il portavoce di Hamas ha definito i negoziati "illegali" e "destinati al fallimento". Dei negoziati, parlerà invece stasera il leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hasan Nasrallah.
Il presidente americano, Barack Obama, ha dunque affermato che è possibile raggiungere la pace in Medio Oriente entro un anno.
Alessandro Gisotti ha chiesto a padre David Jaeger, della Custodia di Terra Santa, se questa ipotesi sia realizzabile, nonostante le difficoltà sul terreno:
R. - E' possibile certamente, perché non solo i problemi sono conosciuti, ma in sostanza anche le soluzioni. Le bozze dell'accordo di pace si troverebbero nei cassetti ormai da vari anni. Quello che è mancato, finora, soprattutto non sono state le bozze, i testi, le soluzioni o le idee: è la volontà di firmarle, queste risoluzioni.
D. - Quali sono, secondo lei, i punti su cui le parti possono più facilmente trovare un accordo e dunque cercare di raggiungere una intesa finale?
R. - Per mettere fine al conflitto storico, c'è naturalmente la questione dei profughi palestinesi delle guerre del 1948 e del 1967, ma soprattutto del '48; su questo punto, una soluzione non può essere - in realtà - semplicemente bilaterale, perché deve coinvolgere anche gli Stati che effettivamente ospitano grande parte di questi profughi: Giordania, Siria e soprattutto Libano, dove è drammatica la situazione dei palestinesi nei campi profughi. Solo recentemente, la legislatura libanese ha deciso di dare agli abitanti dei campi profughi, che sono già di terza e quarta generazione, la possibilità di cercare lavoro in Libano, sulla stessa base di lavoratori stranieri. Qui ci dovrà essere uno sforzo multilaterale.
D. - A Washington, ovviamente, c'è un grande assente: Hamas. Quanto complica questa assenza, questa opposizione?
R. - Il suo dominio di fatto sulla Striscia di Gaza è sintomo dell'assenza di pace. Dal momento in cui ci sarà un Trattato di pace tra Israele e l'Olp, Hamas perderà ogni legittimazione. Per cui è chiaro che si oppone al Trattato di pace e sta facendo di tutto per far fallire i negoziati. Realizzare, ottenere il Trattato di pace priverà gli estremisti - nel caso specifico, Hamas - di ogni legittimazione presso la popolazione. Questo è l'unico modo di farlo, perché è proprio l'assenza di pace, il perdurare del disagio vissuto dalla popolazione palestinese che dà forza all'organizzazione armata.
(Radio Vaticana, 3 settembre 2010)
L'attenzione della comunità internazionale è puntata in questi giorni sui colloqui diretti israelo-palestinesi, iniziati ieri a Washington. Nel loro primo incontro, il premier Netanyahu ed il presidente Abu Mazen hanno espresso la volontà di continuare il dialogo per risolvere definitivamente la crisi mediorientale. Prossimo appuntamento, il 14 settembre in Egitto, a cui seguiranno incontri con cadenza quindicinale. Tra gli ostacoli da superare la questione degli insediamenti israeliani nei Territori e l'ostilità al dialogo, manifestata attraverso attacchi e attentati, degli estremisti di Hamas, che ieri hanno costituito con altri gruppi un cartello per combattere strenuamente qualsiasi negoziato con lo Stato israeliano. Per un commento sulla prima tappa del percorso negoziale, Giancarlo La Vella ha raccolto il commento di Janiki Cingoli, direttore del Cipmo, Centro Italiano per la pace in Medio Oriente:
R. - Io credo che prevalga una profonda incertezza, perché di certo il clima è positivo, ma tuttavia c'è sui colloqui l'incombere della data del 26 settembre, quando scadrà cioè la moratoria sugli insediamenti israeliani nei Territori. Già i palestinesi avevano giudicato la misura del tutto insufficiente e adesso chiedono che sia comunque prorogata. Il presidente palestinese Abu Mazen ha minacciato di lasciare il negoziato se gli insediamenti dovessero riprendere.
D. - Quale potrebbe essere una soluzione condivisa sugli insediamenti israeliani?
R. - Potrebbe essere quella che è stata praticata su Gerusalemme e cioè che la moratoria non venga rinnovata, ma tacitamente si blocchi il rilascio di nuovi permessi a costruire. Non so se questo sarà, però, possibile, perché la pressione della destra israeliana anche all'interno del Likud è molto forte.
D. - Da parte dell'estremismo palestinese - Hamas in testa - c'è una contrarietà dichiarata ai negoziati con Israele. Quanto influirà questo atteggiamento sul buon andamento dei colloqui?
R. - Hamas parla con gli attentati, perché vuole mettere in difficoltà evidente Abu Mazen e la repressione operata dall'Autorità Nazionale Palestinese non è stata sinora in grado di soffocarne le capacità operative. Il problema ora è se questo negoziato intende in prospettiva essere inclusivo e quindi coinvolgere in prospettiva almeno la stessa Hamas. E' chiaro che chi si sente escluso crea guasti.
Anche la comunità cristiana di Terra Santa guarda con interesse a questa nuova fase della crisi mediorientale, al centro della quale rimane la questione dello status di Gerusalemme, Città Santa per ebrei, cristiani e musulmani.
Giancarlo La Vella ha intervistato padre Pierbattista Pizzaballa, custode francescano di Terra Santa:
R. - Si viene da un periodo piuttosto lungo di sospetti, di paure e di tensioni non indifferenti. Era inevitabile che all'inizio ci fossero, quindi, slanci di ottimismo e di speranza, ma anche momenti di stallo. Siamo soltanto all'inizio e bisogna vedere come sarà il proseguimento dei colloqui. Certo gli ostacoli non mancano e ce ne saranno tanti ancora. L'auspicio è che, nonostante le difficoltà, ci sia la reale volontà da ambedue le parti di superare le difficoltà e di arrivare ad un compromesso.
D. - Uno dei temi di cui si sta parlando poco, ma sempre fondamentale, è quello dello status di Gerusalemme. Quale soluzione è auspicabile?
R. - Questa è la questione delle questioni. La soluzione auspicabile è che, senza alcuna divisione fisica della città, ambedue le parti possano avere Gerusalemme come punto di riferimento e che la città abbia un suo status particolare. Da parte nostra è importante sottolineare che il carattere anche cristiano della città sia preservato. Fra le trattative si parla sempre di ebrei e musulmani e, a volte, si mette un po' in disparte il fatto che la Città Santa è anche cristiana.
D. - Ha senso risolvere la crisi mediorientale non ascoltando tutte le realtà che vivono nella regione, tra le quali proprio quella cristiana?
R. - No, bisogna ascoltare assolutamente tutti. Non bisogna lasciarsi fagocitare da nessuno, naturalmente, ma bisogna ascoltare le sensibilità di tutti. Le soluzioni che non tendono conto della complessità di questa città non avranno sicuramente effetto!
Speranze di pace: editoriale di padre Lombardi
La ripresa dei negoziati di Washington per il Medio Oriente suscita nel mondo nuove aspettative: ascoltiamo in proposito il nostro direttore, padre Federico Lombardi, nel suo editoriale per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano:
Proprio mentre si avviavano a Washington i colloqui diretti fra israeliani e palestinesi, sotto gli auspici dell'Amministrazione americana, a Castelgandolfo il Papa riceveva il Presidente di Israele, Shimon Peres, manifestandogli l'intensa speranza, sua e di tutta la Chiesa, per il successo delle trattative in vista "di una pace stabile in Terra Santa e in tutta la Regione", sulla base di "un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli".
Nessuno si può nascondere la difficoltà dell'impresa, dopo tanti tentativi falliti e in un contesto in cui molti agiscono - non solo con le parole, ma anche con la violenza - per fare fallire anche questo. Ma la via del dialogo rimane l'unica per costruire con lungimiranza un futuro di pace nella giustizia, che è in realtà quello a cui tutti aspirano anche se le sofferenze o l'odio ne hanno oscurato la vista. E' la via che la Chiesa ha sempre indicato con costanza e pazienza, e che anche Papa Benedetto ha annunciato nel suo indimenticabile viaggio dello scorso anno, confermato con coraggio anche dopo la terribile crisi di Gaza. A questo paziente coraggio rende straordinaria testimonianza la bellissima dedica che il Presidente Peres ha composto personalmente per il dono offerto al Papa, una menorah di argento, simbolo di Israele: "A Sua Santità Papa Benedetto XVI, il Pastore che si impegna per condurci ai campi delle benedizioni e ai campi della pace. Con grande stima". All'impegno dei politici si accompagna dunque l'impegno delle grandi autorità morali e religiose. Verrà finalmente la pace? Tutti dobbiamo impegnarci in questa direzione.
Negoziati di pace israelo-palestinesi tra speranze e timori. La riflessione di padre Jaeger
◊ Dopo 20 mesi di stallo, alle ore 16 italiane di oggi riprendono ufficialmente a Washington i negoziati di pace israelo-palestinesi. Fra meno di due ore, dunque, le delegazioni guidate dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, si riuniranno di fronte al segretario di Stato, Hillary Clinton. Ieri sera, intanto, in occasione di una cena di lavoro con le delegazioni, il presidente statunitense, Barack Obama, si è detto fiducioso che i negoziati potranno portare la pace in Medio Oriente entro un anno. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Due Stati l'uno accanto all'altro, in pace e in sicurezza: la speranza di raggiungere l'obiettivo della pace in Medio Oriente riparte da Washington, nonostante dalla Cisgiordania giungano notizie di nuovi atti di violenza. Dopo l'uccisione di quattro coloni vicino Hebron, martedì scorso, ieri Hamas ha rivendicato un agguato in cui sono rimaste ferite due persone. Attacchi deplorati da Obama, Abu Mazen e Netanyahu uniti nell'affermare che gli estremisti non riusciranno a sabotare il processo di pace. Il presidente americano ha espresso l'auspicio che i negoziati possano concludersi positivamente entro un anno:
"The goal is a settlement, negotiated between the parties..."
"L'obiettivo - ha detto Obama - è un accordo negoziato tra le parti che metta fine all'occupazione del 1967 e dia vita ad uno Stato palestinese democratico e indipendente che viva accanto allo Stato israeliano e ai suoi vicini, in pace e sicurezza". Dal canto suo, il presidente palestinese Abu Mazen ha chiesto "la fine dello spargimento di sangue nella regione" ed ha esortato Israele a mantenere il congelamento degli insediamenti nei Territori Occupati. Netanyahu ha invece tenuto a sottolineare l'intenzione di porre fine al conflitto una volta per tutte. Ed ha quindi definito Abu Mazen un "partner per la pace". Alla cena erano presenti anche l'inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Blair, il presidente egiziano, Mubarak, e il re di Giordania Abdallah II:
"Time is not on our side..."
"Il tempo - ha constatato il sovrano hashemita - non è dalla nostra parte. Per questo non dobbiamo disperdere le energie nell'affrontare le questioni più delicate". L'avvio dei negoziati diretti viene salutata oggi con un certo scetticismo da parte sia della stampa araba che da quella israeliana: pesano soprattutto l'ombra del terrorismo e la questione degli insediamenti. Intanto, stamani, il portavoce di Hamas ha definito i negoziati "illegali" e "destinati al fallimento". Dei negoziati, parlerà invece stasera il leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hasan Nasrallah.
Il presidente americano, Barack Obama, ha dunque affermato che è possibile raggiungere la pace in Medio Oriente entro un anno.
Alessandro Gisotti ha chiesto a padre David Jaeger, della Custodia di Terra Santa, se questa ipotesi sia realizzabile, nonostante le difficoltà sul terreno:
R. - E' possibile certamente, perché non solo i problemi sono conosciuti, ma in sostanza anche le soluzioni. Le bozze dell'accordo di pace si troverebbero nei cassetti ormai da vari anni. Quello che è mancato, finora, soprattutto non sono state le bozze, i testi, le soluzioni o le idee: è la volontà di firmarle, queste risoluzioni.
D. - Quali sono, secondo lei, i punti su cui le parti possono più facilmente trovare un accordo e dunque cercare di raggiungere una intesa finale?
R. - Per mettere fine al conflitto storico, c'è naturalmente la questione dei profughi palestinesi delle guerre del 1948 e del 1967, ma soprattutto del '48; su questo punto, una soluzione non può essere - in realtà - semplicemente bilaterale, perché deve coinvolgere anche gli Stati che effettivamente ospitano grande parte di questi profughi: Giordania, Siria e soprattutto Libano, dove è drammatica la situazione dei palestinesi nei campi profughi. Solo recentemente, la legislatura libanese ha deciso di dare agli abitanti dei campi profughi, che sono già di terza e quarta generazione, la possibilità di cercare lavoro in Libano, sulla stessa base di lavoratori stranieri. Qui ci dovrà essere uno sforzo multilaterale.
D. - A Washington, ovviamente, c'è un grande assente: Hamas. Quanto complica questa assenza, questa opposizione?
R. - Il suo dominio di fatto sulla Striscia di Gaza è sintomo dell'assenza di pace. Dal momento in cui ci sarà un Trattato di pace tra Israele e l'Olp, Hamas perderà ogni legittimazione. Per cui è chiaro che si oppone al Trattato di pace e sta facendo di tutto per far fallire i negoziati. Realizzare, ottenere il Trattato di pace priverà gli estremisti - nel caso specifico, Hamas - di ogni legittimazione presso la popolazione. Questo è l'unico modo di farlo, perché è proprio l'assenza di pace, il perdurare del disagio vissuto dalla popolazione palestinese che dà forza all'organizzazione armata.






