| Mons. Franjo Komarica Vescovo di Banja Luka - Presidente della Conferenza Episcopale
A nome dei membri della Conferenza Episcopale della Bosnia-Erzegovina - di cui alcuni sono qui presenti - vi rivolgo il mio cordiale benvenuto nella città di Sarajevo e nello Stato di Bosnia-Erzegovina. Il segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, mons. Aldo Giordano, non può essere con noi, mi ha chiesto però di salutarvi e quindi vi saluto anche a nome suo. Vi ringrazio sinceramente perché avete voluto tenere il vosro Incontro annuale proprio in mezzo a noi, qui a Sarajevo. Credo che vi convincerete che la vostra decisione è stata ottima e molto utile per noi cattolici ed anche per i credenti di altre confessioni in questa specifica terra del continente europeo. Permettetemi di presentarvi brevemente, nelle linee generali, la nostra situazione. Ascolterete tante cose in questi giorni durante il vostro Incontro.
Il Sud-est del continente europeo Nella parte più grande di questo territorio si trovano gli Stati che cercano la nuova strada per il loro futuro dopo la caduta del comunismo nel 1989. Questa strada è ardua e gli abitanti di ciascun paese possono attraversarla solo con tanta fatica. Negli sforzi dell’Europa per costruire radicalmente e in modo soddisfacente la casa comune, accogliente per tutti i suoi abitanti, questa parte dell’Europa è un “test” peculiare per il successo di tutta l’Europa. Questa parte sud-est del continente europeo è stata spesso trascurata dagli Stati dell’Europa occidentale. Inoltre, qui si incontrano ed entrano in conflitto tante diversità: nazionali, religiose, culturali e di civiltà. La situazione è drammatica specialmente nel territorio della ex Jugoslavia. Qui sono emersi i nuovi Stati internazionali riconosciuti. La separazione degli Stati è avvenuta con tante tragedie causate dalla guerra come continuazione della prima ed anche della seconda guerra mondiale. Sul territorio dei paesi investiti dalla guerra, tra cui la Bosnia-Erzegovina, in fondo è avvenuta la guerra tra le grandi potenze. Noi siamo stati il poligono per misurare i loro interessi e per provare le armi più nuove, scondo quanto mi è stato spiegato dai rappresentanti della comunità internazionale. Riguardo alla grave tragedia in Bosnia-Erzegovina, il Santo Padre Giovanni Paolo II, il 13 aprile 1997 a Sarajevo ha detto: “L’Europa ha preso parte a questa tragedia come testimone. Dobbiamo domandarci: è stata l’Europa un testimone responsabile? Questa domanda non si può evitare. È importante che la risposta sia data dai responsabili: uomini di Stato, politici, militari, scienziati e rappresentanti della cultura”.
Lo sviluppo della situazione nella diocesi di Banja Luka e in Bosnia-Erzegovina Nel territorio della Bosnia-Erzegovina si trovano quattro diocesi: l’arcidiocesi di Sarajevo e le diocesi di Banja Luka, Mostar-Duvno e Trebinje-Mrkan. Nel secolo scorso sul territorio della Bosnia-Erzegovina si sono fatte tre guerre, sono cambiati sei Stati con vari orientamenti politici. Ogni guerra ha portato patimenti, persecuzioni della gente, distruzione delle ricchezze ecclesiali, culturali e materiali del paese. In ogni guerra la Chiesa Cattolica ha pagato un prezzo sempre più caro per la sua esistenza e la fedeltà ai principi evangelici. Così è diventata un “piccolo gregge”. Finora, grazie alle sue forti radici spirituali, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto dei fratelli e sorelle cattolici di altri paesi, è riuscita a sopravvivere, ad esistere su questo territorio dove è presente già fin dal VI secolo. A causa dell’aggressione alla Bosnia-Erzegovina, per quattro anni nel corso della recente guerra, dal 1991 al 1995 secondo tante valutazioni fatte, la Chiesa Cattolica ha sofferto di più, soprattutto la mia diocesi di Banja Luka, come durante la seconda guerra mondiale così pure in quella recente. Alla fine della guerra risulta: due terzi dei fedeli scacciati, il 95% degli edifici ecclesiastici distrutti o danneggiati, sei parroci, un religioso e una religiosa uccisi, due terzi dei sacerdoti esiliati e rifugiati. Bisogna ricordare che nella mia diocesi, durante tutto il tempo della guerra, non si è fatta nessuna battaglia armata. Abbiamo insistentemente invitato i cattolici a non aumentare i patimenti dovuti alla guerra, né quella propria né quella degli altri. Oltre alle sofferenze ed alle distruzioni, il male, la menzogna e la propaganda hanno cancellato nella gente tutte le norme morali, hanno divulgato l’odio, l’intolleranza e la vendetta. Viene brutalmente schiacciata la dignità dell’uomo comune, piccolo, viene privato degli elementari diritti umani e di quelli civili e gli è tolta la libertà. L’uomo piccolo è emarginato, si trova nella disperazione esistenziale, è diventato l’oggetto sul quale i potenti della terra realizzano i loro interessi egoistici. Dalla guerra, la mia patria è uscita con il sistema statale, culturale e sociale distrutto, con la confusione morale ed etica. Tutto questo ha creato un ambiente giusto perché possa dominare il diritto dei più forti, dei più robusti, un ambiente favorevole per consolidare i frutti della guerra che sono: ingiustizia, crimini, anarchia, amoralità, assenza dei diritti umani, delusioni, degradazioni, dipendenze da droga ed alcool. Lo sviluppo della situazione nella Bosnia-Erzegovina dopo la guerra è caraterizzato dalla divisione dello Stato in due parti, ciascuna con un proprio governo, una propria legislazione e un proprio esercito. Con gli “Accordi di pace di Dayton”, la Comunità Internazionale ha messo fine ai conflitti di guerra, ma la pace giusta non è ancora stabilita. Sul piano dello Stato il potere decisionale spetta a chi rappresenta la Presidenza - attualmente Pfády Eschdaun. Il Consiglio dei ministri e la Presidenza statale, formata da tre membri, ha un ruolo piu simbolico che reale nella gestione dello Stato. Tanti criminali di guerra sono ancora liberi, tanti di loro svolgono attività politiche ed amministrative rilevanti, tanti sono i “pescecani” importanti nell’economia che cioè realizzano di nuovo il loro profitto nel processo di privatizzazione dei beni sociali. Nella testa delle persone autorevoli in campo politico, economico, culturale, amministrativo, istruzione pubblica, ufficio d’igiene, ci sono ancora scopi di guerra particolari, invece che l’obiettivo di fermare ad ogni costo la situazione creata dal terrorismo, dall’ingiustizia, dalla la pulizia etnica e dalle usurpazioni. L’evidente irresolutezza, la disunione, l’incoerenza dei rappresentanti della Comunità Internazionale nell’attuare le decisioni per cambiare la situazione politica, giuridica, sociale, economica della Bosnia-Erzegovina è davvero terribile. Questo tocca tutta la Bosnia-Erzegovina, soprattutto il territorio governato dai Serbi di Bosnia da cui sono stati scacciati numerosi cattolici-croati ed anche altri musulmani bosniaci. Nella zona della Repubblica Serba si trova il centro della mia diocesi, due terzi delle parrocchie. Il ritorno degli esiliati e dei profughi procede molto lentamente. Autorità di Stato e locali, insieme con i partiti estremisti, direttamente o indirettamente, ostacolano il ritorno, specialmente quello dei cattolici. Ad esempio, da una parte della mia diocesi che appartiene al territorio della Repubblica Serba, sono stati scacciati circa 80.000 cattolici. Dopo la guerra (in sette anni e mezzo) ne sono rientrati solo circa 2.000. Dall’intero territorio della Repubblica Serba sono stati scacciati 220.000 cattolici e ne sono ritornati cira 10.000. Nella stessa zona sono rientrati musulmani in numero venti volte maggiore. Così sono ritornati i Serbi nell’altra parte dello Stato - la Federazione della Bosnia-Erzegovina. L’autorità di Stato non dà ai rimpatriati l’aiuto materiale necessario per la ricostruzione delle case, degli appartamenti e tutto ciò che serve per iniziare una vita normale. La nostra Caritas diocesana, sostenuta dalle Caritas dei paesi Europei - sopprattutto Italia, Svizera, Germania e Stati Uniti - e da alcune Caritas diocesane, si preoccupa di costruire e di recuperare alloggi. Aiuta la gente a continuare a vivere e a trovare il necessario con il proprio lavoro. In tutto il paese ci sono tanti senza lavoro, circa il 50%. Nella Repubblica Serba il 60% è disoccupato, nello stesso territorio fra la populazione croata c’è il 90% di disoccupati. Per i rimpatriati cattolici è difficile trovare lavoro e creare le condizioni per una vita normale. Tante volte il processo per ottenere la pensione dura più di un anno. In media la pensione è circa 70 Euro. Soprattutto è difficile per le famiglie con bambini numerosi. Malversazione, corruzione, sciopero, insoddisfazione pubblica sono molto presenti. Tanti aiuti internazionali arrivati nel paese si sono “sciolti” nelle mani di singoli, sia nazionali che internazionali, i quali non sono stati puniti.
L’atteggiamento della Chiesa Per tutto il tempo della guerra e dopo, in vario modo, ci siamo sforzati di aiutare i cattolici, tanti non-cattolici, serbi, bosniaci, credenti e non-credenti. Abbiamo insistentemente predicato l’amore, il perdono, la riconciliazione, la tolleranza e la solidarietà. Tramite la nostra Caritas, per tutto il tempo da dieci anni ad oggi, abbiamo aiutato materialmente la gente in difficoltà, a prescindere dall’appartenenza nazionale e religiosa. Così insieme abbiamo contribuito a ridurre la tensione, la sfiducia, ed a rafforzare la riconciliazione e la fiducia reciproca. Dopo la guerra, al tempo della ricostruzione, prima di tutto abbiamo ricostruito le case distrutte o danneggiate alla gente che è riuscita a rimanere qui o a ritornare in patria. In questi anni di sofferenza, a tanti sprovveduti abbiamo offerto vestiti, cibo, calzature, materiali igienici e medicinali. Questo lo facciamo anche oggi ma meno, perché non possiamo trovare e provvedere aiuto per tutti i bisognosi. Possiamo aiutare nella misura in cui riusciamo a raccogliere le cose di cui c’è bisogno dalle organizzazioni caritative di fuori. Una parte degli aiuti li abbiamo dati da soli, per esempio: farina, verdura, e poi finestre, porte, mobili, macchine e strumenti agricoli. Piano piano riusciamo a ricostruire ed edificare edifici ecclesiastici distrutti o danneggiati: le case parrocchiali, le chiese, le cappelle, i monasteri. Su 204 ne abbiamo rinnovati 55, e 18 di essi si stanno ancora ricostruendo piano piano. Il Santo Padre mi ha detto esplicitamente che noi, vescovi di Bosnia-Erzegovina, dobbiamo proccuparci di rinnovare le istituzioni ecclesiali, le parrocchie, le comunità religiose. In questo lavoro ci sosterrà la Chiesa intera. Siamo molto grati al Santo Padre per la sua costante premura paterna e per l’aiuto a noi della Bosnia. Il più prezioso regalo per noi cattolici della Bosnia-Erzegovina è stata la sua recente visita al centro della mia diocesi, a Banja Luka e la beatificazione di Ivan Merz, che è appunto di Banja Luka. Il nuovo beato proclamato dal papa è posto come esempio a tutti i cattolici, in modo speciale ai giovani. Nell’omelia il Papa ha detto: “Il nome di Ivan Merz ha significato un programma di vita e di azione per tutta una generazione di giovani cattolici. Deve continuare ad esserlo anche oggi!”. Il Santo Padre ci pensa continuamente con amore. Così dopo la visita a Banja Luka, durante un’udienza, il 26 giugno, ha detto: “Prego Dio che il popolo di questa parte del mondo, aiutato dalla comunità internazionale, sia in grado di risolvere tutte le questioni così complesse”. Una cosa simile l’ha ripetuta il 30 luglio a Castel Gandolfo, davanti a cento professori e alunni del liceo di Banja Luka ai quali ha detto: “Cari Professori e Studenti del Liceo di BarijaLuka, vi saluto cordialmente. Benvenuti! Conservando nel cuore i bellissimi ricordi della mia recente visita pastorale alla Diocesi di Banja Luka, durante la quaIe ho proclamato beato il vostro grande concittadino Ivan Merz, che per otto anni frequentò il vostro liceo, vi affido tutti alla sua intercessione, affinché vi assista nella scelta degli autentici valori umani e religiosi per essere in grado di costruire una società fondata sulla verità, sulla giustizia e sul rispetto della dignità di ogni essere umano. Su ciascuno di voi e sulla vostra Patria, la Bosnia-Erzegovina, invoco la benedizione di Dio”. Come membri della Chiesa Cattolica in questa terra, che è la nostra patria, vogliamo con la forza della nostra fede costruttiva contribuire alla ricostruzione di questa società sulla base della verità, della giustizia e del rispetto di ogni uomo e di ogni popolo. Siamo grati a tutti coloro che, in questo responsabile compito, ci aiutano con sincerità. Tra quelli siete anche voi. Perciò a voi sincera gratitudine.
III Incontro Continentale Europa-Mediterraneo - Sarajevo, 3-7 settembre 2003 PER UN'EUROPA FRATERNA - Il contributo dell'Azione Cattolica
|